Triangolo d’Oro, triangolo di traffici

Dalle lacrime ai sogni: le “bambine della montagna” così tornano a vivere nel Triangolo d’Oro. Il triangolo che segna il confine tra Tailandia, Laos e Birmania, lungo il fiume Mekong, non è solo un posto incantevole di templi e monumenti antichi. Qui si intrecciano traffici della peggior specie: droga, schiavitù del sesso, rapimenti.

I governi cercano di intervenire, ma il marcio è troppo radicato. E i clienti non sono di solito persone locali, sono “turisti” che vengono dall’occidente.

Il Triangolo d’Oro non è solo un posto incantevole di templi

Il turismo NON sostenibile

Ad alimentare i trafficanti ci sono senz’altro i turisti, fermati momentaneamente per il Covid, ma pronti a ritornare al più presto. Il “turismo sessuale” è senza dubbio il modo peggiore per uccidere dentro, nel cuore, le ragazzine. Alla mia domanda, “perché lo fai”, un uomo europeo mi ha risposto: “Così aiuto la piccola e la sua famiglia, possono avere una casa e vivere meglio…”. Ma a che prezzo? Vendersi a 8\10 anni?

In questa zona un’altra forma di “turismo” riguarda l’oppio. La via dell’oppio ha trovato una patria nei decenni passati. Già era un uso tradizionale, le suore raccontano che da piccole, quando vivevano in fuga nella foresta, ricevevano l’oppio per il mal di pancia o il mal di denti. Poi è diventato un business che rendeva bene, così intere aree sono state destinate alla coltivazione dei papaveri, e tantissimi locali hanno iniziato ad abusarne, accompagnando “i turisti”.

I falsi villaggi tradizionali dove sono recluse le “donne giraffa”

Una terza forma di turismo non sostenibile è quello apparentemente più innocuo: frotte di fotografi dell’ultima ora di riversano in falsi villaggi tradizionali dove sono recluse le “donne giraffa”. Portano dei pesantissimi collari che allungano il collo fino a disarticolare le vertebre, sono per farsi fare foto dai turisti. Ma di tradizionale, le donne giraffa non hanno niente. Sono state prese e portate lì da parenti incauti, comprate e vendute per compiacere i turisti. Hanno perso i loro sogni e la voglia di vivere.

Un manipolo di suore in prima linea.

È proprio così, un gruppetto di suore della Provvidenza, birmane, una brasiliana e una cinese, sono lì per portare le bambine dalle lacrime ai sogni: le “bambine della montagna” così tornano a viver, aiutate anche da un monaco buddista. Riescono, in modi rocamboleschi a volte, a liberare le bambine – che portano il primo collare già dai 3\4 anni – e iniziano un lungo e lento lavoro per aiutarle a ricostruire la personalità e a superare le ferite più profonde.

Le suore dicono che la fatica maggiore è quella di farle tornare a sorridere, ci possono impiegare anche uno o due anni. Poi tutto è più semplice.

Al centro di accoglienza al momento ci starebbero 20 bambine, ma ce ne sono 40. E molte altre aspettano che si liberi un posto per tornare a vivere.

Un manipolo di suore coraggiose e un monaco buddista

Dalle lacrime ai sogni: il film

Quando suor Sandra mi ha proposto di raccontare la loro storia, ho risposto “al volo”. Di lì a poco sono partita con il direttore della fotografia, Ferran Paredes Rubio, e Andrea Morghen. Abbiamo girato per giorni, raccontando il traffico dell’oppio, la tratta delle ragazze, e il villaggio delle “donne giraffa”.

È stato emotivamente drammatico. Avevamo la telecamera accesa e davanti la piccola Stella, 6 anni, le cicatrici del collare ancora visibili, le lacrime di una sofferenza inaudita… S lei che voleva raccontare la sua storia. Volevamo scappare, oppure farla giocare a pallone, ma lei ha detto: “Dovete parlare al mondo di noi!”. Che responsabilità!

Così è nato Tears&Dreams, il film documentario che nell’ultimo anno ha fatto il giro del mondo in 24 festival internazionali e ha vinto 5 importanti premi. Tra i più recenti: il Miglior Documentario a Sochi, in Russia. E sta girando anche grazie al PUFF film festival di Hong Kong.

Dalle lacrime ai sogni: la Locanda della Felicità

La narrazione del film parte da un sogno, questa volta un sogno delle suore: dare un futuro reale alle ragazze, in modo che possano avere una formazione, un lavoro concreto e quindi la carta di identità.

E il sogno è stato chiamato “La locanda della sesta felicità” come il titolo del film con Ingrid Bergman, dove costruiva quasi la stessa cosa. E le suore costruiranno un ristorante e una scuola di formazione professionale per ragazze, proprio sulla punta nord del Triangolo d’Oro.

Il film supporta il sogno, portando tante persone a conoscenza del progetto. Già i primi donatori si sono fatti avanti, anche grazie all’Arcidiocesi di Trento, e le suore stanno comperando il terreno.

Siamo certe che in poco tempo il sogno diventerà realtà, con l’aiuto di tutti.

Lungo il Mekong
Lia

Lia

Regista, manager, scrittrice, speaker. Mi occupo di diritti umani, ben-essere motivazionale, viaggi, cinema e dialogo inter-religioso . Leone d’oro per la pace Venezia 2017.

2 Comments

  • Loly Monreal ha detto:

    Mi piace molto la tua pagina Lia e sono molto interessanti le tue multipli aree di azione che hai impostato nel piano della tua vita!
    Non riesco a seguire il passo di tutte le tue comunicazioni, ma quello che lego mi fa trovare in te tante cose che si identificano con le mie ambizioni di dialogo, invito alla vita, e non qualsiasi, ma una vita felice e ben vissuta nel rispetto degli altri in tutte le sue sfumature!
    Complimenti!
    😉

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